La mancanza di acqua potabile gestita in modo sicuro è un fenomeno che ancora colpisce intere comunità nei Paesi del Sud globale, con effetti difformi sulla popolazione. Nei luoghi in cui una fonte sicura resta distante o del tutto assente, infatti, le conseguenze più gravi ricadono sulle persone che partono da una condizione di maggiore fragilità come donne e bambini.
La questione idrica si rivela quindi anche come una forma di vera e propria ingiustizia sociale, con responsabilità e soluzioni che chiamano in causa tanto la comunità internazionale quanto i singoli Stati.
Gli effetti della mancanza d’acqua potabile sui bambini
Per i più piccoli la mancanza di acqua pulita rappresenta anzitutto una minaccia per la salute, con esiti che le statistiche sanitarie internazionali documentano da anni.
Le malattie trasmesse dall’acqua contaminata figurano stabilmente tra le principali cause di mortalità sotto i cinque anni: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per esempio, la sola diarrea provoca oltre ottocentomila decessi ogni anno e una parte consistente riguarda proprio i bambini nei primi anni di vita. Le stesse rilevazioni indicano che quasi trecentomila morti infantili annue sarebbero evitabili garantendo acqua sicura e condizioni igieniche di base, una cifra che restituisce la natura prevenibile di questa emergenza. In un organismo piccolo la perdita di liquidi procede a una velocità che il corpo riesce difficilmente a compensare e una patologia che nei sistemi sanitari più attrezzati si risolve con terapie semplici e poco costose può aggravarsi in modo irreversibile nel giro di poche ore.
A questo danno immediato se ne affianca uno più graduale, che lega l’acqua contaminata alla malnutrizione. Le infezioni intestinali ricorrenti compromettono la capacità dell’intestino di assorbire i nutrienti, e il bambino, pur alimentato, rimane in uno stato di denutrizione che ne indebolisce le difese immunitarie. Ogni nuova infezione trova così un organismo più vulnerabile della volta precedente, in una spirale che rallenta la crescita fisica e lascia conseguenze destinate a protrarsi ben oltre l’infanzia, fino a condizionare le capacità di apprendimento e le prospettive dell’età adulta.
Le principali conseguenze per le donne
Sulle donne la scarsità d’acqua agisce lungo due direttrici che si rafforzano a vicenda, quella del tempo e quella della salute. In gran parte delle comunità rurali prive di approvvigionamento idrico spetta a loro procurare l’acqua per l’intera famiglia, un’incombenza che può richiedere quattro o cinque ore di cammino al giorno, con taniche che pesano decine di chili trasportate lungo percorsi isolati e talvolta pericolosi. Le ore assorbite da questo compito vengono sottratte al lavoro retribuito, alla formazione e alla partecipazione alla vita pubblica della comunità e generano una forma di disuguaglianza di genere che si rinnova ogni giorno e si misura in opportunità mancate.
Il secondo fronte riguarda la salute e la dignità personale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua tra i cinquanta e i cento litri d’acqua al giorno il fabbisogno minimo per soddisfare le esigenze fondamentali di una persona, dall’alimentazione all’igiene: dove questa soglia resta irraggiungibile, le donne affrontano in condizioni di rischio i passaggi più delicati della vita, a partire dalla gravidanza e dal parto, momenti in cui la carenza di acqua pulita espone madre e neonato a infezioni altrimenti prevenibili. La mancanza di servizi igienici adeguati e riservati comprime inoltre gli spazi di autonomia quotidiana, e rende complicata anche la gestione delle mestruazioni, con ricadute dirette sulla regolarità della frequenza scolastica delle più giovani e sulla loro libertà di movimento.

Come invertire la tendenza?
Di fronte a un quadro di questa gravità, la comunità internazionale ha fissato impegni precisi. L’Obiettivo 6 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite prevede il raggiungimento dell’accesso universale ed equo all’acqua potabile, sicura ed economicamente sostenibile, insieme alla disponibilità di servizi igienico-sanitari adeguati a tutti, con un’attenzione particolare proprio ai bisogni di donne e bambine e al superamento della defecazione all’aperto, pratica che riguarda ancora circa due miliardi di persone, concentrate in larga parte nelle aree rurali.
I target toccano anche la qualità delle risorse, attraverso la riduzione dell’inquinamento e delle acque reflue trattate in modo inadeguato, e l’efficienza nell’impiego dell’acqua nei diversi settori produttivi. I progressi registrati negli ultimi due decenni sono stati reali, con centinaia di milioni di persone che hanno ottenuto l’accesso ai servizi idrici di base, eppure il ritmo attuale risulta insufficiente a rispettare la scadenza del 2030, e le disuguaglianze tra aree geografiche restano profonde.
Nella concretizzazione di questi target un lavoro rilevante viene svolto dalle organizzazioni internazionali indipendenti come ActionAid, che grazie a iniziative e programmi come le adozioni a distanza possono provvedere alla realizzazione di pozzi e impianti idrici in prossimità delle abitazioni, così come organizzare attività di informazione rivolte alle comunità sui rischi connessi all’uso di acqua contaminata.
Il ruolo delle istituzioni resta decisivo
L’azione delle organizzazioni sul campo produce risultati tangibili ma naturalmente un cambiamento strutturale e duraturo richiede il pieno coinvolgimento anche delle istituzioni: ai governi nazionali e alle amministrazioni locali competono la pianificazione delle reti idriche, la definizione delle politiche di gestione della risorsa e l’allocazione degli investimenti necessari a raggiungere le aree più isolate.
I margini di miglioramento restano ampi, se si considera che poco più della metà dei Paesi ha adottato sistemi di gestione integrata delle risorse idriche e che in molti casi i fondi destinati alla gestione locale risultano inadeguati rispetto alle necessità. Alla cooperazione internazionale spetta il compito di sostenere gli Stati con minori capacità finanziarie e tecniche, mettendo a disposizione risorse, competenze e strumenti di pianificazione.
Il diritto all’acqua si afferma quando l’intervento delle organizzazioni e l’azione delle istituzioni procedono nella stessa direzione, ciascuno con i propri strumenti e le proprie responsabilità. Da questo incontro dipende la possibilità di un accesso all’acqua stabile e diffuso, in grado di proteggere chi oggi sostiene il costo più alto della sua mancanza e di restituire a donne e bambini condizioni di vita all’altezza di un diritto riconosciuto.