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Fedez senza filtri: confessioni di cadute e nuove risalite

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Un nuovo libro porta alla luce il ritratto più crudo e umano di Fedez, restituendo la complessità di un percorso personale e artistico segnato da scelte difficili, cadute e risalite. Nelle pagine di L’acqua è più profonda di come sembra da sopra, il rapper racconta l’adolescenza inquieta, gli inizi nel lavoro, le relazioni più intime e il rapporto con la famiglia, tratteggiando un mosaico di esperienze che spiegano come sia diventato l’uomo e l’artista di oggi. Tra le righe affiora l’eco di una formazione irregolare, di amicizie borderline e della decisione di abbandonare la scuola, ma anche la responsabilità di un padre – di Leone e Vittoria – che guarda al passato con lucidità per comprendere meglio il presente. È un racconto che tiene insieme fragilità e ambizione, che non indulge nella mitizzazione della “caduta”, ma la mette al servizio di una riflessione più ampia sulla crescita, sul contesto che ci plasma e sulla capacità di scegliere, talvolta controcorrente.

Il nuovo libro come mappa di una vita inquieta

Il volume L’acqua è più profonda di come sembra da sopra si presenta come una narrazione a cuore aperto, in cui Fedez ripercorre i capitoli centrali della propria storia, dalla giovinezza alle relazioni, fino al ruolo di genitore. Il racconto scava nella memoria dell’adolescenza, descritta come una stagione “scomoda” e ad alto rischio, dominata dalla ricerca di appartenenza e dal fascino di compagnie che offrivano l’illusione di forza e visibilità. Non c’è compiacimento, ma presa d’atto di quanto certi ambienti possano risultare seducenti e, al tempo stesso, pericolosi. In questo quadro emergono riferimenti alla relazione con l’ex compagna Chiara Ferragni, alla responsabilità di essere padre di Leone e Vittoria, e alla consapevolezza maturata nel tempo su ciò che veramente conta. Il libro illumina la tensione tra fragilità e desiderio di riscatto: l’artista ammette di aver attraversato contesti segnati da microcriminalità e spaccio, riconoscendo come il terreno sociale in cui si cresce possa influenzare abitudini e scelte. Con realismo, afferma che chi nasce in certi contesti deve “farci i conti”, e proprio questa presa di coscienza diventa chiave interpretativa dell’intera opera. Le confessioni non cercano assoluzione, ma responsabilità: quando ricorda la libertà concessa dalla famiglia, la formula senza sconti – “I miei mi lasciavano libero” – e vi sovrappone la preoccupazione del genitore che è diventato, immaginando il figlio alle prese con gli stessi rischi. Attraverso pagine che alternano dettagli privati e riflessioni generali, l’autore mostra come l’identità artistica sia stata forgiata non solo dallo studio in studio di registrazione, ma anche dalla quotidianità fuori scena, nelle periferie e nei bar di quartiere, tra amicizie complicate e tentativi di costruirsi un lavoro. Non mancano passaggi che, pur mantenendo il pudore del vissuto, restituiscono il clima emotivo di quegli anni, come la memoria di compagnie “belle” e insieme “pericolose”, sintetizzata in un lampo: “Ho frequentato le peggiori compagnie di Milano”. Il risultato è un autoritratto che non pretende di essere esemplare, ma che invita a guardare sotto la superficie, là dove l’acqua – per riprendere il titolo – si fa davvero profonda.

Perché lasciò la scuola e cosa trovò fuori dall’aula

Uno dei nodi più significativi del racconto riguarda l’addio alla scuola. Fedez spiega di aver smesso di frequentarla quando la situazione era diventata insostenibile: l’istituto non riusciva più a incastrarsi con una quotidianità turbolenta, fatta di errori, eccessi e priorità che cambiavano con rapidità. In seguito, tenta una via di rientro con un percorso di recupero anni – quei programmi intensivi che consentono di “accorpare” più classi – ma si scontra con un ostacolo concreto: i costi. L’impossibilità di sostenere economicamente quel cammino interrompe la rincorsa al diploma e apre un’altra strada, quella del lavoro. Il giovane artista, insieme alla fidanzata dell’epoca, mette da parte qualche risparmio e apre uno studio di tatuaggi, scoprendo un modo diverso di stare nel mondo: non più il banco di scuola, ma la gestione quotidiana di un’attività, con clienti, fornitori, orari e responsabilità. Sono anni in cui si sperimenta tutto: dal lavoro manuale all’autoimprenditorialità, fino alla fatica di conciliare sogni e bollette. Nel frattempo, mentre prova a recuperare gli anni scolastici, lavora anche nel bar di famiglia: una dimensione che lo avvicina ai problemi concreti dei suoi genitori, stretti dalla morsa del mutuo e dalla paura di perdere la casa. Lì arriva una delle frasi che rimangono incise nella memoria, un richiamo all’ordine che è anche dichiarazione d’amore e di fiducia: Federico, svegliati, datti una mossa o la musica te la scordi”. In parallelo, l’artista rilegge con sguardo adulto la libertà che aveva da ragazzo e le sue conseguenze: un’autonomia vissuta senza piena consapevolezza, che i genitori non riuscivano a misurare fino in fondo. L’esperienza nei “giri” sbagliati, tra microcriminalità e spaccio, non è edulcorata né spettacolarizzata: è un dato di realtà che spiega lo strappo con la scuola e l’urgenza di trovare un’altra rotta. In alcune interviste pubbliche, anche televisive, ha riassunto così quel passaggio: “Ho smesso di andare a scuola perché non era più sostenibile frequentarla”; ha anche ricordato il tentativo del recupero anni, sottolineando che senza risorse economiche adeguate l’impresa si complica. Questo snodo biografico non viene proposto come esempio da seguire, ma come un bivio che ha avuto il suo prezzo, e che ha contribuito a dare forma al carattere, alla disciplina e al rapporto con il lavoro.

Tra identità, studi interrotti e il peso di una scelta

Dietro il nome d’arte si muove la biografia di Federico Leonardo Lucia, nato a Milano il 15 ottobre 1989 e cresciuto a Buccinasco, con radici familiari paterne a Castel Lagopesole, in provincia di Potenza. Dopo le scuole medie, sceglie il Liceo artistico, percorso coerente con una sensibilità creativa già marcata, ma si ferma al quarto anno, prima di arrivare al traguardo del diploma di Maturità. La decisione di interrompere gli studi si colloca in un contesto personale complesso, che il libro e i ricordi ricostruiscono con onestà: frequentazioni rischiose, difficoltà economiche familiari, lavori intrapresi per necessità e la musica come orizzonte che prende forma tra un turno al bar e un tatuaggio. In più occasioni, l’artista ha espresso una posizione netta: non ritiene che un titolo scolastico sia la misura del valore o della cultura di una persona; allo stesso tempo riconosce l’importanza dell’istruzione come strumento di opportunità, precisando di non pentirsi, per come sono andate le cose, della strada intrapresa. Questa ambivalenza – rifiuto del determinismo del titolo e consapevolezza del suo peso sociale – è centrale per leggere il suo percorso: da un lato l’autodidatta che costruisce competenze sul campo, dall’altro l’adulto che invita a non sottovalutare il ruolo della scuola. La sostanza del messaggio va oltre la biografia individuale e tocca una questione collettiva: il confine tra talento, contesto e chance economiche. Non è un inno all’abbandono, ma un esame di realtà: se il recupero anni è una via, lo è soprattutto per chi può permetterselo; se l’imprenditorialità è un’opzione, richiede capitale, rete, fortuna. Nel racconto trovano spazio anche gli affetti, a partire dai figli Leone e Vittoria, che rileggono il passato alla luce della responsabilità presente. E c’è il riconoscimento del ruolo delle persone incontrate lungo il cammino – dagli amici di gioventù a figure come la giornalista Francesca Fagnani, davanti alla quale in un’intervista televisiva l’artista ha sintetizzato i passaggi chiave – a conferma di come le storie individuali siano sempre il risultato di incroci, scelte e contesti. In definitiva, studi interrotti e lavoro precoce non vengono esibiti come marchi identitari, ma restituiti come parti di un processo: quello di un ragazzo di periferia che ha imparato presto a fare i conti con la realtà e a trasformarla, per quanto possibile, in narrazione e musica.

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